Fiat G91-racconto “Il sentiero” by Mario Antognazza

C’è nebbia stamattina, e fa freddo.

Le tegole sui tetti sono bianche e i fili d’erba sono irrigiditi da stupendi cristalli di brina gelata.
Oggi è festa, e tra poco arriveranno i miei piccoli Puffi.
Devo sbrigarmi ad accendere il fuoco!
Loro troveranno la casa avvolta da un confortevole tepore, e noi ci riscalderemo il cuore con le loro vocine.
Esco per recuperare qualche ciocco dalla legnaia, mentre un aereo di linea mi sta passando sopra la testa. Istintivamente guardo in alto: non lo vedo, ma sento chiaramente e molto basso, il suono delle sue turbine, mentre sta impostando la fase finale per l’atterraggio; casa mia è esattamente sotto la verticale del prolungamento dell’asse della pista di Treviso.
Sono imbacuccato nel mio giubbotto, il rumore si allontana, tra poco i piloti vedranno le luci della pista, e io penso…
Penso a quante volte mi sono trovato nelle condizioni di quei piloti che sono appena passati sopra la mia testa.
Già, ma nel frattempo le cose sono cambiate!
I sistemi di atterraggio strumentale, oggi, si sono evoluti e la sicurezza per i passeggeri è massima, anche in estreme condizioni di visibilità.
Mentre, distrattamente, ripongo nella cesta un pezzo di legna dopo l’altro, immagino di essere a bordo di quell’aereo civile, con tante vite, tanti destini imbarcati, oltre la porta blindata, accanto ai due piloti.
Quante differenze ci separano!
Nella cabina di pilotaggio sono in due, in maniche di camicia, e sulle spalline un po’ di strisce dorate. Lavorano in perfetta sincronia mentre una voce maschile, assolutamente asettica, anonima e gutturale, scandisce l’altezza dal suolo, in perfetta lingua inglese.
Fuori, al di là del blindovetro, è tutto grigio, non ci sono riferimenti.
Percepisco la tensione dei due piloti che, seguendo i movimenti che l’autopilota impartisce ai comandi di volo, sono pronti ad intervenire nel caso si noti qualche anomalia.
Hanno iniziato la discesa da molto lontano, per evitare che i numerosi passeggeri, seduti in quel tubo di metallo dietro le loro spalle, possano rientrare a casa dalle loro famiglie, alle loro occupazioni, senza soffrire alcun disagio, passando dall’alto del livello di navigazione, all’inizio del sentiero di avvicinamento finale.
È stupefacente fermarsi a pensare come una macchina, cosi grossa e pesante, possa riuscire a trovare, nel bel mezzo del grigio nulla, dopo aver sorvolato il mondo solcando i cieli per migliaia di miglia, un sentiero immaginario e scivolarci sopra, fino a toccare l’asfalto con le gomme del carrello, nell’esatta mezzeria della pista.
Davvero tante differenze dividono il loro modo di pilotare da quello che è stato il mio!
C’è, però, una cosa in comune da condividere: il sentiero!
La cesta è piena, ma non ho voglia di rientrare, e lascio volentieri galoppare il mio cuore verso i ricordi.
Mi rivedo dentro una tuta da volo grigio verde, con le stellette bianche cucite sul colletto, seduto e legato come un salame al fedele e fidato seggiolino eiettabile.
Come era stupefacentemente bello respirare da una maschera che mi copriva il viso, sotto un casco anonimo, la visiera scura abbassata, con un tubo corrugato di gomma che, uscendo dal mento verso il basso, mi rendeva simile ad un alieno!
E’ un’immagine impersonale, ma quell’ equipaggiamento inconsueto, racchiude e custodisce emozioni che nessun altro può provare!
Mi ritrovo sotto quella goccia di plexiglas, spesso e trasparente, immerso nella luce abbagliante del sole con la caratteristica limpidezza delle altissime quote sopra un mare candido di nubi.
Le bombole di bordo mandano ossigeno in pressione nei miei polmoni che si gonfiano ritmicamente.
Sento il mio respiro nei miei auricolari ed il ronzio rassicurante della turbina.
Siamo soli, Gi ed io! Tutto è quiete!
L’ago del NDB di bordo, dopo aver “scodinzolato“ a destra e a sinistra nel cerchio nero dello strumento, si stabilizza decisamente nella sua parte inferiore, indicandomi che abbiamo sorvolato la verticale del radiofaro di casa, e lo stiamo lasciando ormai in coda.
E’ ora di lasciare il volo tranquillo e liscio dell’alta quota!
Gi ed io ci tuffiamo decisamente verso il basso!
E’ necessario fare parecchie cosette d’ora in poi, una dopo l’altra, nell’esatta sequenza.
Ci sono parecchi strumenti da controllare, e altrettante lancette iniziano a muoversi rapidamente: ognuna di esse mi sta dando una precisa e vitale indicazione .
Il rumore in cabina cambia decisamente.
Il tranquillo ronzio della turbina è soffocato prepotentemente dal soffio e dagli sbuffi dell’impianto di antiappannamento e riscaldamento, aperto al massimo, per evitare che si formi condensa sul blindovetro e sul tettuccio, cosa da evitare soprattutto nell’ultima parte del volo, poco prima dell’atterraggio.
La procedura di penetrazione strumentale è iniziata.
Com’è ben diversa da quella dei miei collegi civili!
Devo scendere molto rapidamente per raggiungere il prima possibile l’allineamento e la quota esatta per iniziare l’avvicinamento finale.
La discesa oltre che essere rapida deve essere anche ripida: allora fuori gli aerofreni!
Inizia lo scuotimento caratteristico dovuto all’enorme impatto dell’aria sulle due pale di acciaio che si sono estese con la forza di due pistoni idraulici, sotto la fusoliera… alla faccia della perfetta forma aerodinamica di Gi.
Le orecchie si lamentano, i timpani si gonfiano un po’, ma è naturale! La variazione di quota è davvero notevole e la presurizzazione è decisamente “rustica” come si addice alla tempra dei militari! Il raffreddore è assolutamente bandito!
Il mare di nubi si avvicina rapidissimo e un istante dopo sono circondato dal nulla.
Mi sono tuffato nella caligine, lasciando il sereno dell’azzurro e la linea ben definita dell’orizzonte lassù in alto.
Le comunicazioni in frequenza si fanno più frequenti, e i dati da memorizzare sono parecchi.
Gi ed io stiamo scendendo a capofitto verso la “dura madre terra” e ogni errore di interpretazione dei miei cari strumenti potrebbe avere altrettanto “duri “ risvolti!
Ormai ce l’abbiamo fatta!
Casa è davanti a noi… ancora lontana, ma la strada è quella giusta.
La quota è ferma, le lancette ritrovano, una dopo l’altra, la consueta tranquillità, ognuna nel posto giusto, segno che tutto sta procedendo per il meglio.
Attorno a me è ancora tutto grigio, anonimo, senza riferimenti.
La nostra strumentazione, mia e di Gi, è decisamente meno precisa di quella che sta guardando
l’equipaggio che mi è appena passato sulla testa, e che, ormai, sarà prossimo al contatto con la pista di Treviso!
Si, Amico mio, a questo punto abbiamo bisogno del Tuo aiuto per poter posare il ruotino del nostro carrello sulla striscia bianca, larga 40 centimetri circa, nel bel mezzo della pista di casa, mentre la turbina ci sta sparando a più di 300 kilometri all’ora nel nulla.
Un aiuto decisivo, importante, insostituibile!
Ho bisogno di te caro Amico del controllo radar di terra ( GCA per i “tenici”).
Egli è rinchiuso, in penombra, in una piccola costruzione nel bel mezzo del sedime aeroportuale, vicino alla pista.
Avrà fatto, sicuramente, fatica anche lui ad arrivare fin là con questa nebbia, lui che conosce perfettamente le difficoltà che sto incontrando seduto, solo soletto, dietro a quella manciata di orologi neri a tacche fosforescenti che mi stanno aiutando a controllare le tre dimensioni dello spazio.
Accanto a lui, fuori nella nebbia, due piccole antenne paraboliche scandagliano incessantemente la porzione di spazio nella direzione dell’atterraggio.
Il mio Amico sta osservando attentamente un monitor, sul quale è tracciata una linea in pendenza, spazzato ritmicamente da un fascio di luce verde fluorescente, che si muove all’unisono con le antenne.
E’ il mio sentiero di discesa, è la mia ancora di salvezza, ma che solo lui può vedere.
E’ un uomo di una razza speciale, il mio Amico!
Fa parte di quel tipo di uomini addestrati a dominare l’ansia che situazioni difficili e spesso con pochissimo, o addirittura nessun margine di errore, attanaglia la mente.
Uomini che si immedesimano nelle condizioni di un pilota in difficoltà, sospeso nell’aria ostile, solo nel suo abitacolo, e che, con le sue indicazioni, rimette la vita nelle loro mani.
Il miei Amici, dalle più diverse inflessioni dialettali, che coprono tutto lo Stivale, da nord a sud, isole comprese, ma con la medesima altissima professionalità.
Mi vien da ridere, tra me e me…
Ricordo le parole dell’istruttore, durante il mio primo GCA da allievo, chiuso in tendina nel posto posteriore, mentre combattevo contro la cloche e la manetta del mio velivolo, e contro di Lui, colui che mi avrebbe dovuto guidare fino a terra.
Mi disse:
– “ Antognazza, ma credi che quel povero Cristo che si sta sgolando per darti indicazioni e che tu fai di tutto per non rispettare, sia un giocoliere? Abbi un po’ di pietà! Stai fermo con quelle zampe e lascia fare all’aeroplano… Vedrai che andremo molto meglio tutti quanti!“
Come sono lontani e belli quei momenti dove stavano spuntando le prime piume sulle ali!
Mi soffermo ad osservare il mio respiro che condensa davanti a me!
– “Guizzo 34… o Viola 44…. vi state avvicinando al sentiero” – Ho ancora nelle orecchie questa comunicazione.
Da quel momento in poi io sarò, per il mio Amico, un puntino verde fosforescente che si rinvigorisce ad ogni “spazzata” del radar, a cavallo della linea immaginaria che mi condurrà fino al punto di contatto, mentre il tettuccio è ancora colorato di grigio.
Il mio Amico deve essere così bravo da fornirmi prue ed assetti che tengano conto delle condizioni meteorologiche presenti in quel momento e che possono essere variabili come un soffio di vento.
Che soddisfazione vedere le lancette degli strumenti adagiarsi sui corretti parametri e sentire in cuffia:
– “Guizzo 34… Viola 44, siete ben a cavallo del sentiero, mantenete prua e velocità… Siete alle minime“-
Alzo gli occhi dal pannello degli strumenti davanti a me, guardo attraverso il blindovetro…
– “Pista in vista… grazie GCA… passo con la Torre! – Rispondo con la voce calma di chi sa di aver riposto la sua fiducia sulla persona giusta.
Appoggio le ruote sull’asfalto con uno sbuffo.
Lo strattone del parafreno, spiegatosi dietro di me attaccato al cono di scarico, rallenta drasticamente la mia corsa.
C’è un tempo da lupi lì fuori, ma sono di nuovo a casa!
Grazie Amico GCA! Anche questa volta abbiamo fatto una gran bella squadra!

Fa freddo, il cesto della legna è pieno, la nebbia è ancora fitta… è ora di rientrare!

 

 

Ten. Col. Mario Antognazza, pilota di g91 presso il 103 gruppo del 2′ stormo di Treviso dal 1974 al 1989.

Author: Luca Ocretti

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2 thoughts on “Fiat G91-racconto “Il sentiero” by Mario Antognazza

  1. Bellissimo racconto di vita vissuta ! Quando Ciampino era anche militare ho seguito i GCA via radio innumerevoli volte,ma sempre con stupore e ammirazione ! Grazie Mario !!

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